Il sogno e la memoria




L’ininterrotto fluire dei media cristallizza il quotidiano nell’illusione dell’eterno presente. Un esasperato desiderio di sicurezza impone di dimenticare il passato e di ignorare il futuro.
Ma per cogliere il senso profondo della vita, per inscrivere l’esistenza individuale nel processo delle civiltà, occorre recuperare la memoria storica.
E ciò può avvenire solo se, nel ricordare gli eventi, ne misuriamo la distanza e avvertiamo la scansione diacronica, in modo da non essere prigionieri del passato.
E con la memoria, il sogno.
“Noi siamo fatti della stessa materia dei sogni ammonisce Prospero, il principe-mago della “Tempesta” di Shakespeare. Una nota sulla vanità della vita ma che può avere anche una diversa chiave di lettura. Si è veramente umani, si è veramente vivi quando non si perde la capacità di sognare. Fuori dalle nebbie dell’utopia, la speranza s’identifica con il sogno, di cui Hofmannsthal ha sottolineato le forza innovativa.
E la condizione spirituale dell’uomo contemporaneo è stata espressa dalla metafora del viandante disponibile ad accogliere il nuovo e ad accettare il rischio della sperimentazione



Riproduciamo qui una sintesi del capitolo 9 intitolato”I Titani”.

I Titani
Dedicato ai 18 samurai di Tokaimura
No, non aveva ragione Don Abbondio: il coraggio non è una dote naturale. Giustificando il proprio comportamento di fronte al cardinale Federigo Borromeo, il parroco manzoniano si faceva scudo sul luogo comune che il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare.
Una virtù, innata, dunque, da superuomini. Ma la storia delle vicende umane ci ha insegnato che gli eroi per vocazione sono spesso solo dei temerari mentre il vero coraggio è quello dell’uomo comune che, se le circostanze non lo avessero spinto ad agire, avrebbe condotto un’esistenza del tutto normale e ne sarebbe stato contento.
I veri eroi sono sempre eroi per caso nel senso che hanno risposto ad un imperativo etico non per spirito d’avventura ma perché non si poteva né si doveva fare altrimenti.
Quando l’Europa fu conquistata e asservita dalla tirannide nazista ci furono pacifici impiegati ed operai, studenti, contadini, sacerdoti, casalinghe che animarono la resistenza all’oppressione e prepararono il terreno agli alleati. Misero a repentaglio la loro vita e spesso quella dei loro familiari ma ritennero che non si potesse stare a guardare.
...gli eroi son tutti giovani e belli?

L’ottocento ci ha tramandato la nozione romantica di eroe – ne è il prototipo il Pisacane della "Spigolatrice di Sapri" (eran trecento eran giovani e forti…) che si rifà ad una visione classica, ai paladini medioevali, agli eroi omerici, cui aggiunge un tono di malinconia, un’esaltazione del vinto già predestinato ad essere tale, in una fatale scissione tra ideale e reale che attraversa tutta l’epopea risorgimentale - dai giacobini partenopei alla repubblica romana, e che diverrà un topos (solo la sconfitta dimostra la grandezza degli ideali) di una certa sinistra del ‘68 e dintorni.

Finita l’epopea delle battaglie in campo aperto con i reggimenti che avanzavano al ritmo dei tamburi come nelle parate cessava anche la funzione catartica degli eroismi romantici, delle spade sguainate e delle bandiere sventolanti. Sono eroi anonimi: i ragazzi non ancora ventenni che difendono con tenacia il suolo della patria e coloro che sfidano il plotone d’esecuzione per reclamare una pace senza vincitori e senza annessioni.

all’odio e all’ignoranza preferirono la morte…

L’eroe anonimo si rivela in circostanze eccezionali. Nella seconda guerra mondiale le lettere dei condannati a morte della Resistenza, i giovani della Rosa bianca e di altri gruppi di ribellione al nazismo rivelano che persone comuni, fino a qualche tempo prima alle prese con i problemi di ogni giorno seppero mostrare una tempra d’acciaio, erigersi come baluardi di fronte alla tirannide e affrontare con decisione – non senza rammarico, ma senza esitazioni – le torture e la morte.

Nella tragedia della Shoah sono state scritte sublimi pagine. Valga per tutti il diario in cui un’adolescente, Anna Frank, parla del suo amore per la vita ma al tempo stesso affronta con coraggio la persecuzione, ed il suo stato di reclusa.
La modestia è il segno distintivo il comune denominatore dei tanti episodi di Padre Massimiliano Kolbe, Salvo d’Acquisto offrono la loro vita con semplicità, senza gesti clamorosi, guardando all’essenziale: a ciò “che si doveva fare” in quel momento.
Forse è proprio questa la vera forza dei moderni “titani” compiono un gesto eccezionale con la naturalezza, la spontaneità dei gesti quotidiani.
Un prete cattolico, un carabiniere, due persone reali ma di cui in circostanze “normali” non ci saremmo nemmeno accorti. Ed un uomo nato dalla penna di Steinbeck e simbolo di molti realmente esistiti. Il sindaco Orden, il tranquillo, bonario protagonista de La luna è tramontata. Quasi si scusa di dover arrecare un dispiacere al comandante delle forze d’occupazione. Ma non arretra di un passo, non cerca compromessi o mediazioni anche se la posta in gioco è la sua vita.
Nella tragedia della Shoah sono state scritte sublimi pagine. Valga per tutti il diario in cui un’adolescente, Anna Frank, parla del suo amore per la vita ma al tempo stesso affronta con coraggio la persecuzione, ed il suo stato di reclusa.
La modestia è il segno distintivo il comune denominatore dei tanti episodi di Padre Massimiliano Kolbe, Salvo d’Acquisto offrono la loro vita con semplicità, senza gesti clamorosi, guardando all’essenziale: a ciò “che si doveva fare” in quel momento.
Forse è proprio questa la vera forza dei moderni “titani” compiono un gesto eccezionale con la naturalezza, la spontaneità dei gesti quotidiani.
Un prete cattolico, un carabiniere, due persone reali ma di cui in circostanze “normali” non ci saremmo nemmeno accorti. Ed un uomo nato dalla penna di Steinbeck e simbolo di molti realmente esistiti. Il sindaco Orden, il tranquillo, bonario protagonista de La luna è tramontata. Quasi si scusa di dover arrecare un dispiacere al comandante delle forze d’occupazione. Ma non arretra di un passo, non cerca compromessi o mediazioni anche se la posta in gioco è la sua vita.

La vicenda di Ernesto “Che” Guevara è divenuta un mito per più generazioni perché la figura del leader cubano si è distaccata dai concreti e contingenti aspetti politici. In Che Guevara colpiva soprattutto il fatto che dopo la vittoria a Cuba, avesse abbandonato il potere per gettarsi in una nuova avventura di cui si poteva facilmente prevedere un esito infausto. Era il cavaliere errante che saliva di nuovo sul suo ronzinante. Un tipo di comunista molto particolare.

al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio …

Il primo dicembre 1955 a Montglomery, in Alabama, Rosa Parker, una donna di colore salì sull’autobus e vide che c’erano posti liberi solo nel settore riservato ai bianchi. Era molto stanca, dopo una giornata di lavoro e decise di sedersi anche se gli altri passeggeri la guardavano stupiti.
L’autista le ordinò di alzarsi per lasciare il posto ai bianchi. Al rifiuto della Parker fermò l’autobus e spalleggiata da numerosi passeggeri chiamò la polizia. La donna, decisa a non cedere all’intimidazione fu arrestata e passò la notte in prigione.
Quando apprese la notizia, esplose la collera della comunità nera di Montgomery che subiva tutta l’umiliazione di una segregazione assurda nei locali pubblici, sugli autobus, nei bagni, nelle scuole. La guida della protesta fu assunta dal reverendo Martin Luther King, un uomo riservato, che amava la sua tranquilla attività pastorale nella chiesa battista. Consapevole che si doveva fermare la spirale di violenza, King convinse la comunità nera ad usare forme pacifiche di protesta.
Così, lunedì 5 dicembre la popolazione di colore fu invitata a non servirsi del trasporto pubblico fino a che la segregazione sugli autobus non fosse stata abolita.
In realtà, pochi, credevano nel successo del boicottaggio. Ma la mattine del 5 dicembre le fermate degli autobus erano deserte e nelle strade si vedevano lunghe file di persone di colore che si recavano a piedi al lavoro.
Una sera fu lanciata una bomba contro l’abitazione della famiglia King che fu salva per miracolo. Davanti alla casa del pastore si radunò una folla che invocava rappresaglie. Ma King fermò i dimostranti: bisogna perdonare, rinunciare alla violenza per fare giustizia perdonare ma non esitare a rivendicare i propri diritti.
Il boicottaggio cessò quando una nuova legge abolì la segregazione nei servizi pubblici.
Rosa Parker aveva dato avvio al movimento di opinione che ,guidato da Luther King investì tutta l’America e portò con la Presidenza Kennedy a promuovere la legge sui diritti civili.
E dovremmo parlare di Dubceck l’eroe borghese quasi timido e dimesso, in quel suo vestire in grigio, con un atteggiamento apparentemente remissivo. Eppure quanta forza seppe dimostrare quando, condotto prigioniero a Mosca, dopo l’invasione della Cecoslovacchia, seppe fronteggiare Breznev e non si piegò. Penso a lui – quando vedo certe persone vendere l’anima e la dignità per la carriera – a Dubceck che da premier della Cecoslovacchia scese tutti i gradini della carriera fino a divenire “operatore ecologico” per non tradire i giovani di Praga, le attese della primavera.
E Salvador Allende che nel 1973 non fuggì di fronte ai militari golpisti ma preferì morire tra le rovine del palazzo presidenziale, come Luciano Manara, ed Enrico Dandolo alla difesa della repubblica romana e dovremmo parlare di quegli anonimi militari che all’inizio furono giustiziati nelle caserme per essersi opposti al golpe.
Oscar Arnulfo Romero arcivescovo di El Salvador, un uomo di studi, era un moderato e venne perciò considerato un personaggio di mediazione; ma levò alta la sua voce contro l’oppressione del suo popolo e di fronte alle intimidazioni non arretrò di un passo. Fu ucciso mentre celebrava la S.Messa, come S. Thomas Beckett.
Chi ricorda ancora Patrice Lumumba? Intellettuale, uomo politico di successo, primo ministro del Congo ex belga: avrebbe potuto avere onori e ricchezze aggregandosi al carro del neocolonialismo. Difese la libertà del suo Paese e fu ucciso dai militari secessionisti del ricco Katanga, centro minerario del Paese.
Frettolosamente definito filo comunista per non essere stato filo occidentale, quando l’Occidente era soprattutto difesa del colonialismo come non mancò di denunciare Robert Kennedy sembra aver perso anche un posto nella storia.
Dovremmo parlare di Padre Alessandro Zanotelli che vive e svolge la propria missione a Korokhocho, una baraccopoli di Nairobi (che sorge attorno ad un’immensa discarica di rifiuti ove gli abitanti della bidonville frugano per trovare le risorse per sopravvivere) e di quanti, religiosi e laici condividono la vita degli ultimi della terra.
A Calcutta, dove la santità di Madre Teresa si è intersecata con i dolori del mondo, la città della gioia descritta da Dominique La Pierre è il nome del quartiere degli emarginati. Ma l’ironico appellativo, coniato dagli abitanti stessi del quartiere fatto di baracche e di maleodoranti strade di polvere sembra cambiare significato e divenire reale perché nella solidarietà concreta, quotidiana, c’è davvero gioia, che si trasmette e si diffonde, anche quando a prima vista non riusciamo a percepirla.
Superare le drammatiche avversità che la natura e la società infliggono loro, creare solidarietà genera una vera gioia che si trasmette agli europei che svolgono la loro opera di volontariato, che diviene festa e francescana perfetta letizia, quella che noi non riusciamo più a trovare.
Forse la Civitas Dei di S.Agostino, la Città del sole di Campanella, è proprio questa. La città degli ultimi, di coloro che all’aggressività, alla competitività esasperata sostituiscono la condivisione, il dono e sanno cogliere il valore delle piccole cose di cui parlava Teresa Martin.
Infine, fra i Titani del nostro tempo hanno un posto i 18 tecnici giapponesi che a Tokaimura, in occasione del disastro nucleare hanno accettato di correre un rischio mortale per riportare sotto controllo il materiale radioattivo. Vista l’entità del pericolo, li hanno chiamati i tecnici kamikaze; un appellativo che non mi piace perché fa pensare ai piloti-suicidi della seconda guerra mondiale che agli occhi dell’Occidente apparivano folli e fanatici.
Mi piace pensarli, invece, come diciotto intrepidi samurai che entrano nella caverna del drago, senza enfasi, con la semplicità ed il silenzio dei gesti quotidiani di quando vanno a lavorare alle 5 del mattino e quando ci si deve sacrificare per il bene comune, della propria famiglia, della propria gente, dell’intera umanità, non si tirano indietro.
No, Don Abbondio non aveva ragione.