BUTI: UN MICROCOSMO URBANO




Sei tu, dunque Solaio! Ampio, abbondante
Bell’uliveto mio! Sì ti ravviso
Benché sotto padron ricco e preciso
Cangiato hai quantità, lustro e sembiante



Questi versi di Pietro Frediani narrano, negli anni di Leopoldo II (il re Travicello del Giusti) la pacifica e frugale Toscana lorenese che, passata la bufera napoleonica, si era nuovamente adagiata nel tranquillo approdo della “piccola patria”.
Pietro Frediani è il più autorevole rappresentante di un ampio numero di poeti–contadini che dal ‘700 giunge ai giorni nostri e che è una dei caratteri più rilevanti di Buti una cittadina di 5300 abitanti ai piedi del Monte Serra, in provincia di Pisa.
Evocando uno scenario arcadico Frediani ricorda di essersi appassionato alla poesia da ragazzo mentre portava al pascolo le pecore.

E quando i gregge stavasi sul caldo a capo basso.
Agio mi dava a leggere Dante, Ariosto e Tasso.

Autore di numerosi Maggi, rappresentazioni drammatiche d’origine medievale, cantate in ottave, Pietro Frediani esprime quel forte spessore della cultura contadina - che ha lasciato traccia indelebile in tutti noi - a cominciare dalla dimensione comunitaria. Non a caso polemizzò (in versi) contro la decisione di costruire un Teatro (oggi mirabilmente restaurato) perché i Maggi dovevano essere cantati all’aperto, su un’aia o, meglio ancora in mezzo agli olivi. Gli attori dovevano essere anche fisicamente vicini alla gente perché erano prodotto di un’espressione corale. A partire dal loro allestimento.
Nelle sere invernali davanti al fuoco, i “maggianti” decidevano il programma della stagione passando in rassegna i testi ed i possibili interpreti.Poi in inverno inoltrato, dopo la frangitura delle olive, si curava l’allestimento vero e proprio e cominciavano le prove, che si avvalevano dei commenti di tutta la popolazione.


Un mondo, certo, destinato a tramontare ma non senza lasciare tracce profonde nelle successive generazioni;
Proprio la poesia, le arti figurative, gli studi storici e letterari sono l’elemento che da secoli ha dotato la comunità butese di una forte identità, che ha saputo anche oltrepassare i conflitti ideologici e le divisioni sociali.
Le antiche torri campanarie della Chiesa Pievania, e della di S.Francesco (un bell’esempio di romanico del XIII secolo), la Villa Medicea, Castel Tonini, la Chiesa matildina dell’Ascensione, le strade del centro storico dove i tetti sembrano congiungersi e che mantengono, tuttavia, la loro individualità: una sorta di microcosmo in cui la socialità e la dimensione comunitaria sono vive. Come attesta il Palio di S.Antonio uno dei più importanti d’Italia (vi corrono purosangue montati da fantini famosi, come il mitico Aceto) ma l’aspetto più rilevante è che l’esistenza di ben sette contrade in un centro urbano di piccole dimensioni comporta che ogni cittadino sia parte attiva e che la gara è solo l’ultimo atto, psicologicamente quasi un pretesto (perché, in definitiva, prevale il gusto di partecipare) dopo una settimana di preparativi e festose riunioni di contradaioli, una sorta di concordia discors, in quanto l’agonismo del Palio s’innesta su un tessuto di forte solidarietà sociale, d’identità condivisa che anche nell’epoca delle barriere ideologiche, non è mai venuta meno.
E anche i Maggi ,che si continuano a rappresentare con tournées che hanno ormai oltrepassato i confini dell’Europa non sono un mero giacimento letterario perché sono terreno di cultura di sperimentazioni teatrali; non a caso ben quattro Compagnie operano sul territorio.
Non è certo una coincidenza se questo tessuto comunitario ha fatto sì che Buti da secoli sia, per antonomasia, terra di poeti di letterati, di pittori.
Il riferimento a Buti non intende fare torto a tutti gli altri microcosmi di cui è ricca l’Italia (e la Toscana in particolare). Vuole, anzi, essere esemplificativo di molte altre realtà che possono rafforzare la propria identità in modo non ghettizzante ma, con una forte apertura all’esterno purché le radici culturali non siano considerate un reperto da studiare ma “radici”, appunto, di una piante che continua a dare frutti.
D’altronde, il microcosmo urbano si può trovare anche nelle aree metropolitane dove esperienze comunitarie e di solidarietà sconfiggono la solitudine delle grandi città. Ciò può avvenire solo nell’ottica di una città policentrica che instauri una relazione biunivoca fra centro e periferie; ma, in ogni caso, è fondamentale il recupero delle proprie tradizioni perché identità significa autostima: che si perde nel grigiore delle anonime aree-dormitorio. Si possono progettare piazze, percorsi pedonali, aree polivalenti ma è tutto inutile se manca l’anima…..
Tornando a Buti, merita aggiungere dopo essere stato in età comunale terra di frontiera, un castello a lungo conteso fra pisani e lucchesi - come ricorda il Carducci in Faida di Comune - si racchiuse, poi, nella statica società patriarcale della Toscana mezzadrile.
Così Leopoldo Baroni descriveva i ritmi della vita paesana.


..da quando abbuia novembre e sino a febbraio, è riserbato al paese, specie in alcune ore del giorno, un aspetto di tristezza. Sfocata, la luce del cielo dona alle case, ai cortili, agli orti tempo remoto. I pomeriggi somigliano allora a lunghi crepuscoli.Piazzette e strade, poiché gli operai e i contadini sono al lavoro tacciono, quasi smemorate di passi. Certe volte, il suono delle ore deserte, cadendo dall’alto della torre campanaria sui tegoli e sul selciato delle vie crea, entro il golfo d’ulivi, ove il paese ancorato al suo tedio finge un dormiveglia, rapidissime arcate di suoni.
Ma, poi
La campana delle ventitré (d’inverno le ore sedici o poco dopo), è per il lavoratore agricolo il segnale che la sua fatica giornaliera è giunta alla fine. Da quel momento il paese si anima. . A chi rientra dalla campagna si uniscono gli operai, per lo più giovani che escono dai lavoratori artigianali e la via di mezzo diviene un “formicaio di giovinotti e ragazze”

Questo ieri. E oggi? Il territorio butese esprime aziende high-tech che esportano in tutto il mondo, laboratori artigianali e imprese manifatturiere con prodotti e servizi di qualità, aziende agrituristiche ristoranti. Di conseguenza, la vita quotidiana ha la frenesia del modello urbano. Ma è nell’area del tempo libero che si ristabiliscono ritmi a misura d’uomo: perché a Buti le feste coinvolgono l’intera popolazione con quello spirito di convivialità e d’amicizia che è apparso ad Ivan Illich il modo più significativo per uscire dall’isolamento del “ tempo vuoto”.
Insomma un modello glocal inclusivo, capace d’integrazione e che sembra ricalcare quanto afferma Serge Latouche in uno dei più significativi studi dei problemi creati dalla globalizzazione,

Ma, insomma, dirà qualcuno voi butesi un difetto ce l’avete? Certo. Quello di essere così gelosi delle nostre tradizioni culturali da non apparire interessati alla divulgazione.
Certo, non mancano studi su riviste scientifiche ricerche universitarie ma, in genere, quando parliamo della “nostra storia” e della produzione letteraria, preferiamo periodici locali o pubblicazioni che hanno nella stessa popolazione il principale interlocutore.
Ebbene, in una società in cui conta più la diffusione che la ricerca questo atteggiamento in controtendenza è lodevole ma rischia di essere autoreferenziale. Anche per questo affido la mia riflessione ad una testata prestigiosa come il Governo delle cose, perché ritengo il fenomeno culturale butese degno di attenzione.

Gabriele Parenti